C’è una spiaggia a Castel Volturno, nella località di Ischitella, che ha custodito per giorni un segreto che grida vendetta. Un corpo senza vita, quello di un pitbull, abbandonato sulla riva come un rifiuto qualunque. Ma quello che rende questa storia ancora più straziante non è solo la morte violenta di questo cane, è il silenzio assordante che l’ha preceduta e seguita.
Secondo quanto riportato da Edizione Caserta, il povero animale presentava segni inequivocabili di una lotta brutale. Non parliamo di un incidente, non parliamo di una morte naturale. Parliamo molto probabilmente di combattimenti clandestini tra cani, una piaga che continua a esistere nell’ombra della nostra società, alimentata dalla crudeltà umana e dall’avidità di chi specula sulla sofferenza degli animali.
La doppia violenza: fisica e morale
Chi ha organizzato questi incontri illegali sa perfettamente cosa significa costringere un cane a combattere. Significa tradire la fiducia di una creatura che per natura tenderebbe a cercare protezione nell’essere umano. Significa trasformare un animale in uno strumento di violenza contro la sua stessa indole. E quando quel cane non serve più, quando perde e muore, diventa un problema da eliminare.
Ecco allora che il corpo viene gettato via come un oggetto rotto, forse direttamente in mare sperando che le acque lo portino lontano, o forse lasciato sulla spiaggia con la stessa noncuranza con cui si abbandona un sacchetto di spazzatura. Le onde lo hanno restituito alla riva, ma nessuno lo ha restituito alla dignità.
Una settimana di silenzio colpevole
Il deputato Francesco Emilio Borrelli di Alleanza Verdi-Sinistra ha ricevuto la segnalazione e ha condiviso le immagini sui social, portando finalmente all’attenzione pubblica questa atrocità. Ma emerge un dettaglio che gela il sangue: la presenza del cane era stata segnalata già dal 27 dicembre, una settimana prima che la notizia diventasse di dominio pubblico.
Una settimana. Sette giorni in cui quel corpo è rimasto lì, esposto agli elementi, alla vista di chissà quante persone che sono passate e hanno voltato lo sguardo. Questo ci porta a una domanda scomoda: siamo davvero una comunità attenta al benessere animale, o lo siamo soltanto quando fa comodo, quando non richiede troppo impegno?
La responsabilità di tutti noi
I combattimenti clandestini tra cani esistono perché c’è un pubblico che li alimenta, perché c’è chi scommette, chi organizza, chi chiude gli occhi. Ma esistono anche perché troppo spesso preferiamo non vedere ciò che ci disturba. Quel pitbull non è morto solo per mano di chi lo ha costretto a combattere, ma anche nell’indifferenza di chi avrebbe potuto agire e non lo ha fatto.
Come amanti degli animali, abbiamo il dovere di essere vigili. Segnalare non è fare la spia, è proteggere chi non ha voce. Insistere quando le nostre segnalazioni vengono ignorate non è essere fastidiosi, è essere responsabili. Ogni animale merita che qualcuno lotti per lui, proprio come noi pretendiamo che loro ci amino incondizionatamente.
Cosa possiamo fare concretamente
La rabbia e il dolore per storie come questa sono comprensibili, ma devono trasformarsi in azione. Conoscere i segnali dei combattimenti clandestini è il primo passo: cani con ferite inspiegabili, comportamenti improvvisamente aggressivi o timorosi, sparizioni notturne. Se sospettiamo qualcosa, dobbiamo denunciare alle autorità competenti e non limitarci a un post sui social.
Dobbiamo pretendere controlli più serrati, pene più severe per chi organizza questi orrori, e soprattutto dobbiamo creare una rete di persone che non resta in silenzio. Quel pitbull non tornerà in vita, ma possiamo onorare la sua memoria impedendo che altri animali facciano la stessa fine.
La vera misura della nostra umanità si vede in come trattiamo chi non può difendersi. E in questo momento, quella misura è drammaticamente insufficiente.
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